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Ho indossato gli occhiali da sole graduati, quelli che non mettevo da tempo, quelli che hanno quella sfumatura e colorazione della lente che ti sembra di essere immerso in una pellicola di fine anni ottanta. Dovevo solo spostarmi da una casa all’altra, ma avevo voglia di vedere il tutto sotto una certa ottica e colorazione, stavo andavo verso una penombra che sentivo già cosi vicina dal mattino, da quando avevo chiuso gli occhi per meditare, senza avvertire altri bisogni incombenti. Le case di questi tempi si riscaldano velocemente, il cemento attorno riflette ancora di più il calore e non ci resta che arrivare a sera in uno stato poco alterato e incline ancora al dialogo; ma a me interessava solo la penombra in quel momento, aveva in qualche modo riacceso quella minuscola lampadina dei ricordi riposta nello sgabuzzino basso sotto la scala, dove dovrebbe esserci, salvo deterioramenti della memoria, ancora un calendario fermo al millenovecentonovanta. Ma io oggi non andrò in quella casa, ma nella solita, quella che mi ha visto da lontano e da piccolo, mentre pieno di energie, correvo e giocavo tra i filari delle viti accanto ad essa. È strana la penombra in estate, quella creata dalle tapparelle abbassate, dalle imposte chiuse per non far entrare calore e mantenere un clima mite all’interno, è strano ma anche affascinante, perché vi è una quiete che solo in pochi possono davvero apprezzare. Riposano le persone al suo interno, di pomeriggio, riposano forse, anche gli oggetti e i gatti che sostano senza forze sotto i balconi e le terrazze. Ma cosa scaturisce in me tutto ciò, tutta questa quiete pomeridiana allo sbocciare dell’estate? Un sentore, forse, di fuga del tempo e quindi il tutto condito da una strana nostalgia, oppure quella dolce sicurezza che ancora avverto nonostante un’età in cui si dovrebbe solo far quadrare le cose per un futuro sempre più incerto? E allora in questo tepore che conosco molto bene, osservo le finestre chiuse, le tapparelle abbassate che riflettono solo una piccola porzione di luce sul muro e in me, anche questa dolce e strana quiete che pervade in tutto il corpo, in cui oltre a tamburellare questi tasti con le dita, non c’è nessun altro bisogno imminente.
La penombra dell’estate, di questa estate, porta con sé una consapevolezza che cresce pian piano e arriva prima della primavera, dove tutto era ancora troppo incerto e dove i volti, i luoghi, le situazioni, mi parevano solo un grande peso sul petto. La penombra diluisce le aspettative, quei risultati che tardano ad arrivare, quelle domande rimaste mute, quelle gentilezze disperse per troppo tempo e che non hanno mai trovato qualcuno disposto ad ascoltarle, o forse sì? Rimane un dubbio, che è difficile da comprendere, ma allo stesso tempo non posso permettermi di credere che tutte le connessioni siano sane o reali. In questa penombra posso anche pensare che ci sia un oblio in noi, dove il tutto viene striminzito in una piccola cerchia, fatta solo dei nostri bisogni. Ma non posso credere che ci sia solo una cerchia fatta solo dei nostri bisogni, lucidamente espando il pensiero per portarlo altrove e attorno a me vedo poche persone care, anche quelle che ora riposano accaldati in questa penombra estiva assieme a me.
Non cerco nulla di particolare, mi muovo lento per queste stanze, tutto è immobile, tutto è quasi come prima e il corpo non avverte così tanto questo calore che fa soffrire i gatti magrolini sotto il balcone. Tutto è lento, ma tutto è reale, anche questa calma che ora mi riporta in una dimensione nuova, direi quasi inedita, che stupisce, che impressiona, ma che identifica un me nuovo, lontano dai bisogni più banali per quelle dosi incerte di dopamina e cortisolo. Lascio fluire in totale libertà i pensieri, ma non rimangono in zona, vanno anche oltre il mare, verso quei volti e quella gente che crede che ancora tutto sia possibile, quella gente non assuefatta al ridicolo bisogno materiale, quella gente non allucinata da un movimento continuo e ripetitivo a testa bassa. C’è ancora una speranza che germoglia altrove, questo mi fa credere sempre che i cambiamenti sempre immaginati e sognati, a qualche latitudine siano reali, siano in corso, siano incombenti. Ma qui, per preservare uno stato mentale ancora intatto, dedico questi scritti alla penombra, alla quiete estiva, a ciò che più mi lega a qualcosa di reale, che non può essere altro che il qui e ora. Scorrono le canzoni di un’annata in cui ancora non potevo raggiungerle e farle mie, ma a volte e a distanza di tempo, nel momento giusto, tornano a me ed amplificano, descrivono, delineano il benessere di questa nuova penombra estiva.
Ho saltellato con i pensieri, ho fatto giravolte, mi sono fermato e mi sono sdraiato, ho compreso e ho ancora da comprendere tante cose, rimangono dei luoghi intatti però, dove questi pensieri confluiscono e ritrovano agilmente posizione su questo letto bianco immateriale. La penombra oggi mi ha fatto compagnia, ha lasciato tutto oltre i vetri caldi: il vociare, i rumori pesanti e i dolori, io rimango dentro, illuminato solo dalle asole delle tapparelle, contemplando tutta questa quiete, tutto questo sostare consapevole, con la comprensione e gratitudine di ogni momento di vera quiete.
La penombra dell’estate è uno stato d’animo, è un pensiero che include un dolce passato, ma anche un vero presente, dove tutto prende il suo posto e non c’è giudizio, non c’è ansia, non c’è sguardo curioso e irrequieto verso il futuro.